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Il bambino chiuso nel cassetto

  • Immagine del redattore: Chiara Taiariol
    Chiara Taiariol
  • 10 set 2018
  • Tempo di lettura: 2 min

C’è un bambino chiuso nel cassetto. Scalpita, batte i piedi, si mangia le unghie.

Il suo sguardo è sfuggente, ma quando catturato rivela la profondità tipica degli occhi scuri.

Di fronte a lui una figura maschile è perennemente avvolta dall’ombra e silenziosamente appare e scompare.

Chiuso nel cassetto c’è un bambino che non sta bene dove sta. Piange, dorme poco, si tira i capelli.

Dal cassetto proviene una melodia nostalgica che si disperde cullata da sogni che hanno la forma del vento. Quegli stessi feroci venti furono poi colpevoli del naufragio che lo vide annaspare nell’acqua alta, rischiando di affondare prima ancora di aver visto terra.

Ogni tanto sbuca fuori dal cassetto ma rientra poco dopo perché il mondo gli sembra troppo cattivo.

L’uomo è accanto a lui. Una manciata di secondi dopo, è già scomparso.

Il sole è sorto da poco ma i suoi raggi sono già biechi. Il bambino si guarda allo specchio ma vede soltanto tratti confusi: l’ombra che avvolgeva l’uomo ormai ha invaso la stanza.

Nel cassetto è chiuso un bambino che quasi non parla di sè.

Provo a bussare, ma nessuno risponde. Decido di aspettare e mi siedo lì accanto, anche se fuori piove. Uno spiraglio si apre, nel cassetto e nel cielo: qualche parola, a tratti un po’ di sole.

Mi avvicino, ma sono ancora troppo distante per riuscire a convincerlo che l’anima che assopisce negli incubi ha del meraviglioso.

L’uomo è tornato. Si guarda intorno, senza scusarsi per l’assenza gli tende la mano.

Il bambino lo guarda, lo riconosce e si riconosce.

Schiaffeggia la mano e mette la testa tra le gambe.

C’è un bambino chiuso nel cassetto, vorrebbe uscire ma non ricorda più come si fa.

Prova a guardarsi nuovamente allo specchio. Non sono io, sussurra, non posso essere l’uomo, non posso essere l’ombra.

È l'ultimo giorno di luna calante, il cielo diventa nero e il futuro su cui più volte ha fantasticato si chiude nella notte.

Se non fosse così lontano sederei accanto a lui e gli sussurrerei che troverà Itaca solo quando si convincerà che esiste e vi vorrà approdare.

Come spesso accade finisco per tacere.

Il bambino lascia il cassetto socchiuso dal calare del sole all’alba, per scrutare un piccolo scorcio di cielo.

Contempla la notte: la luna è poco meno di una sciabola e Orione è troppo lontano per impugnarla.

In lontananza il boato di un tuono e pochi secondi dopo il bagliore del lampo: il cassetto trema e impallidisce.

Gli occhi si chiudono, quasi si affossano nelle palpebre. Intanto, le nuvole cariche di pioggia avanzano e inondano il cielo.

Al bambino non piace questo cielo di pece, così lo sogna sgombro di nubi.

Nonostante tutto, resta un’ultima distesa di stelle.

 
 
 

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